MARISA

Roma, quartiere Trastevere

28 ottobre 1979, ore 22:20


Rodolfo Bugatti aumenta la frequenza dei suoi passi corti e ritmati, nell’imboccare l’ultimo vicolo qualcosa di familiare gli dice che è vicino, così mantiene l’andatura di un pinguino in calore che veste una giacca di tweed, tenendo la ventiquattrore con una mano e con l’altra l’ombrello.

Piove forte e il fattore meteo, oltre che a farlo sculettare egregiamente, rende la sua ricerca ancora più urgente. Sotto il mantello grigio di pioggia battente le osterie sono una la sorella triste dell’altra, dai tombini sgorga una fogna tropicale, a ogni passo c’è il rischio d’inzupparsi, ma il Bugatti, nonostante il portamento possa dire il contrario, ha da tempo trovato nell’urgenza il modo più naturale di essere autentico, e quindi a suo modo elegante.

Ha sempre bisogno di muoversi perché c’è sempre bisogno di vendere.

Il più grande commesso viaggiatore di tutta la Romagna non si è mai fermato, qualcosa dentro di lui si muove anche quando, immobile, fissa il cliente con gli occhi celesti iniettati di speranza religiosa, e alla fine, ogni cliente, anche il più combattivo, cede come un credente di fronte al miracolo.

Il miracolo è l’impastatrice Turbo TuttoPasta 2 e Dio la Moretti Accessori S.p.A.

Il Bugatti lo ripete sempre.

Ora che sta per uscire la Turbo TuttoPasta 3, è arrivato il momento del riconoscimento per tutti gli anni dei grandi numeri tra Forlì e Riccione, tra Cesena e Ravenna.

È stato chiamato alla sede centrale di Roma, il responsabile nazionale delle vendite lo ha voluto per una formazione alle nuove reclute della regione Lazio.

Questa sera, sotto l’incessante scendere a catinelle, il Bugatti viene da una giornata in cui, davanti agli occhi increduli degli apprendisti, ha sedotto una decina di grossi clienti ad una fiera di settore, ma il suo ultimo obiettivo romano, che nulla ha a che fare con la TuttoPasta, sembra al momento irraggiungibile.

La Trattoria da Renella potrebbe anche aver chiuso dopo tutti questi anni, o per lo meno cambiato gestione, ma queste tipologie di possibilità, ad un tipo come il Bugatti, passano dall’inconscio ed escono da un affanno di bocca, o di culo, a seconda della circostanza.

Lo sforzo sta appunto creando qualcosa di diabolico nei suoi occhi sempre e comunque speranzosi, il sentore di “familiare” sembra svanire, poi, ad un certo punto, inizia a sentire le narici particolarmente dilatate, gli odori più vivi, improvvisamente più pungenti; così, nel rallentare stremato, pensa che sia tutto un effetto dovuto allo stato d’iperventilazione polmonare, ma poi, davanti a lui, un odore potente si fa come una scia nell’aria; la vede, una scia fatta di pecorino e foglie bagnate, del sudore di un uomo che gli passa accanto, del vino che ha bevuto e finalmente lì, dietro lo spicchio di un balcone, illuminata da una fievole luce, l’insegna del locale che il Bugatti sta tanto cercando.

«Aho, che cazzo stai a fissà? Viè dentro che te sconvolgo io.

C’ho ‘na Romanella dorce dorce che manco te ne accorgi…»

Negli anni Maurone Panetta ne ha tirati dentro non pochi di clienti in questa maniera e il Bugatti, nello staccare lo sguardo rapito dall’insegna, lo posa placido su Maurone, fa una sonora tirata di naso, degna del più fiero dei cocainomani, e con un’improvvisa calma, si lascia sedurre dalla dolcezza dell’oste, che gli prende l’ombrello e lo fa accomodare dentro.

Nella grande sala dieci gradini sottoterra si alternano tavolacci di legno anneriti dagli anni e dalla luce sporca delle cantine, i pochi clienti ancora presenti non degnano di uno sguardo il nuovo entrato ma Maurone Panetta, nel suo palcoscenico, nonostante l’ora tarda, con fare elegante e voglioso (in totale contrasto con la sua parlata) accompagna il Bugatti al tavolo centrale, il più illuminato, e come gli altri vuoti, ancora sporco di una cena passata.

Il Bugatti non ci fa caso, si accomoda e continua a studiare la sala con improvvisa calma, quindi torna Maurone per passare una botta di straccio prima di apparecchiare.

«Bello signore mio, non c’abbiamo il menù qui, se fa come una volta… Allora, come contorno abbiamo.»

Maurone non riesce a terminare la frase, il Bugatti alza la mano in segno di “alt” e con l’altra fa il gesto del silenzio. L’oste rimane colpito dalla fierezza della comunicazione corporale e il Bugatti non si ferma, con gli occhi celesti sempre a fissare Maurone, prende la forchetta dalla mano dell’oste, la posiziona sotto il suo naso, fa passare un secondo buono e poi tac, la fa scivolare avanti e indietro sotto le narici. «Come antipasti il locale propone: bruschette, Carciofo alla giudia, frittata di patate, crocchette di patate, coppiette, fave e pecorino, baccalà impanato di Fiumicino, verdure miste fritte e infine lui, sua maestà il Supplì.»

Maurone rimane di stucco, sono esattamente i suoi antipasti e per giunta, elencati nello stesso ordine che usa lui, nel rimanere ancora attonito il Bugatti conclude. «Una bruschettina e il Carciofo alla giudia, grazie.»

Maurone, dalla parlata facile e multiforme, fatica a trovare parole, non gli chiede da quale paese del nord viene e si limita ad un sorriso seguito da un accenno di inchino, fa per voltarsi ma si blocca e, quasi intimorito, chiede. «Da bere mezzo litrino de Romanella della casa, va bene?»

«Un quartino grazie, e una brocchetta d’acqua.»

«Quella non ne ha già presa abbastanza fuori signore mio?»

Il Bugatti allunga un sorriso e l’oste fa così rientro in cucina, ma inizia ad essere perplesso, torna per servire il vino nella sua sala, nel suo palcoscenico, e fatica a sentirsi a suo agio. Il Bugatti non ci fa caso, accompagna sorridente il vino che dalla brocca scende nel bicchiere, con lo stesso sorriso si gusta gli antipasti, bevendo con piacere e guardandosi attorno sereno. Quando ha finito chiama Maurone con un cenno, l’oste si avvicina, raccoglie il piatto sporco, fa per elencare i primi ma viene fermato con lo stesso gesto di prima.

Questa volta il Bugatti raccoglie il cucchiaio da minestra e ripete l’operazione, piazza la posata sotto il naso e tac, la fa scivolare avanti e indietro sotto le narici. «Come primi la cucina propone: Gricia, Cacio e pepe, Carbonara, Amatriciana, Fettuccine al parmigiano, Minestra broccoli e arzilla, Gnocchi alla romana, Pasta al forno, Pasta e fagioli, Pasta e patate. Vada per la Cacio e pepe, grazie.»

Come per gli antipasti, i primi sono gli stessi che propone Maurone, e sempre nello stesso ordine. L’oste fa per chiedere spiegazioni ma viene chiamato da altri clienti per il conto. Quando ha finito va a chiedere la Cacio e pepe e si mette a studiare da dietro la finestrella della cucina quello strano tipo dallo sguardo sempre calmo.

Finito il primo, spazzolato senza troppi complimenti, il Bugatti chiede un altro quartino di Romanella, Maurone non fa in tempo a tornare con la fiaschettina che il Bugatti lo aspetta già con la mano aperta in segno di “alt” e il coltello sotto il naso, quindi, sempre con lo stesso metodo, tac, un avanti e indietro secco sotto le narici. «Come secondo si serve: Coda alla vaccinara, Trippa, Saltimbocca, Abbacchio, Fagioli con le cotiche; di contorno: patate al forno, insalata di puntarelle… Vada per Trippa al sugo e patate al forno!»

Maurone deve, vuole provare a dire qualcosa, ma gli esce solo uno spaesato. «Chi sei tu?»

E così il Bugatti torna ad essere il più grande venditore della Romagna, apre la ventiquattrore e presenta in esclusiva nazionale gli opuscoli della nuova Turbo TuttoPasta 3.

Maurone inizia ad essere confuso e, quasi turbato, torna dietro la finestrella della cucina a studiare il cliente dall’olfatto sopraffino; poi, osservando il Bugatti destreggiarsi nella scarpetta con trippa, all’improvviso si illumina, si volta e va dalla cuoca in un angolo della cucina, sua moglie.

«Marì, ce stà uno fuori che me sta a fa impazzì, non puoi capì, questo prende ‘na posata e mi elenca nello stesso ordine ogni piatto che abbiamo. Io capisco che siamo la classica trattoria romana, ma come cazzo fa? Broccoli e Arzilla semo tornati a falla du settimane fa, pure il baccalà de Fiumicino s’è inventato; non ne ha sbagliato uno, me dici come cazzo fa?»

Marisa sorride divertita abbassando lo sguardo verso il pezzo di carne che sta coprendo. «Sarà un mago…»

«No Marì, sul serio, adesso me devo togliere ‘no sfizio.» Fa Maurone mentre mette un cucchiaino da dolce in un tovagliolino. La moglie torna a guardarlo nel sentirlo avvicinarsi, guarda il cucchiaino e poi il Marito che, dopo averla presa per un braccio, le lascia la posata in mano.

«Ora Marì mi fai la cortesia di passarti un attimino il cucchiaino lì sotto da te.»

«Ma tu sei scemo.» Risponde divincolandosi senza trattenere un sorriso. Maurone a quel sorriso si aggrappa come lo scalatore alla rientranza nascosta nella parete che conosce da una vita e, giocando come se si fossero conosciuti ieri, la riprende tra sé. «Dai Marì, un’inzuppatina veloce, non se ne accorge nessuno.»

Marisa ride, però poi gli rimette il cucchiaino in mano e si divincola un’altra volta. «No basta, sei ‘no schifoso.» Ma Maurone sa che quella è solo una delle ultime rimostranze, l’apice è vicino, è solo una questione di resistenza e di tempo, solo che di tempo ne ha poco, il gioco è bello se riesce subito, così la blocca vicino al tavolaccio della pasta fatta a mano e il lavapiatti smette di sciacquare sotto il lavello.

«No Maurizio, non posso dai.» Continua Marisa.

«Per favore.»

«Ti ho detto di no.»

«Eddai…»

«Sei proprio un bambino!» Conclude esasperata, prende il cucchiaino dalle mani del marito e un filo di sorriso tradisce per un istante l’insofferenza del suo volto. «Pure il baccalà de Fiumicino t’ha detto?»

«Te lo Giuro!»

Marisa si decide e svergognata si abbassa alla richiesta del marito.

Maurone si lecca le labbra, ora ha finalmente in mano il cucchiaino ripassato ed esce in sala magnifico e leggero, si sente a suo agio. Il Bugatti è sempre lì, ancor più sereno cullato dalla Romanella, e questa volta Maurone è più lesto di lui, con fare celebrativo gli mette il cucchiaino in mano e con un sorriso a quel punto disteso domanda. «dessert?»

Il Bugatti, quasi per niente sorpreso dal contrattacco del Maurone, afferra il cucchiaino con la stessa solennità con cui si era esibito prima, posiziona la posata sotto le narici e tac: solito rapido movimento sotto il naso.

Si prende qualche secondo in più, abbassa lo sguardo e lo rialza mentre un sorriso gli pizzica le labbra.

«Ma allora, dopo tutti questi anni, la Marisa lavora ancora qui…»


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